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Un Presidente in gamb…ero!

La campagna elettorale di Obama per le elezioni presidenziali del 2012 è ufficialmente iniziata.

Nella giornata di ieri, a Palo Alto, sede del quartier generale di Facebook, il Presidente Obama ha fornito un piccolo antipasto sui temi che saranno oggetto di dibattito del prossimo campaigning, rispondendo alle domande (rigorosamente preselezionate dal suo staff) provenienti dal Web e dal pubblico. “Tagliare la spesa è necessario per risanare i conti ma i tagli vanno effettuati con lo “scalpello” non con il “machete” altrimenti il rischio è di una nuova recessione”, ha affermato Obama, il quale poi rivolgendosi al padrone di casa, Mark Zuckerberg, ha dichiarato: “Sia io che te dobbiamo prepararci a pagare più tasse”. Poco male se si considera che, stando all’ultima dichiarazione dei redditi resa pubblica proprio qualche giorno fa, lo stesso Obama per l’anno 2010 ha versato nelle casse dell’erario americano ben 453,770 $ (circa 310 mila euro) a fronte di entrate totali pari a 1,73 milioni di dollari (poco più di un milione di euro).

Si dirà: dà miglior consiglio chi insegna con i fatti. Ma proprio sul valore dell’esempio e sulla necessità di essere coerenti con quello che si predica vorrei lanciare una provocazione.

L’obiettivo numero uno dell’attuale inquilino della Casa Bianca sembra essere chiaro. Obama vuole giocare la sua partita all’interno di quello che viene definito “cyberspazio”, cercando di far leva sui giovani e sui cultori della Rete. Una mossa che nel 2008, grazie al “look forward” di Obama e del suo staff, si rivelò assolutamente vincente, permettendoci di assistere ad una spettacolare (sia nei numeri che nell’entusiasmo) manifestazione di partecipazione elettorale. Ora, a distanza di quattro anni, Obama ci riprova con le stesse armi. Varrebbe la pena, però, porsi una domanda: in questi tre anni alla guida degli Usa, il Presidente e l’intera macchina governativa americana sono sempre stati così benevoli con le potenzialità e le nuove realtà offerte dai media? La risposta, a mio avviso, è “no”. La vicenda Wikileaks ne è la dimostrazione lampante. Quella che poteva rappresentare una splendida occasione in termini di “open government” è stata, invece, subito tacciata come “deplorevole e irresponsabile”. Un’onda per la quale sono stati immediatamente individuati argini quando sarebbe stato più opportuno (o almeno coerente) cavalcarla.

Nel gennaio del ’98, il giornalista Matt Drudge rivelò che il settimanale “Newsweek” aveva bloccato in uscita un articolo di Isikoff sulla tresca tra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky, facendo difatti scoppiare lo scandalo “Sexgate”. “Stop the machine”, dissero all’epoca coloro che vedevano con preoccupazione la “trasparenza” offerta dai nuovi media. Ora, a distanza di 13 anni, si sente parlare di “cyberwar” e addirittura di un pulsante attraverso il quale “spegnere” internet in casi di emergenza. Si dirà: inconcepibile pensare di fermare internet o comunque mettere un freno alla rivoluzione dei media elettrici. Lo penso anch’io.

Quello che però mi inquieta è questa continua corsa all’indietro. Secondo un antico proverbio italiano “quando i gamberi vecchi vanno indietro, i giovani non vanno avanti”. Ma il mondo non aveva confidato in Obama proprio perchè simbolo del “nuovo che avanza”?

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