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We got him! But they survive…

Oggi è un giorno di festa. E’ un giorno di meritata soddisfazione.

Il più grande criminale del XXI Secolo è stato giustamente ucciso. Negli Stati Uniti si vivono momenti di viva gioia. Ci si crede più tranquilli. Ma è davvero così?

Basta pensare che Osama Bin Laden era solo il vertice di un’organizzazione piramidale, intrinseca in ogni paese del globo terrestre, per capire che non è finito assolutamente nulla. Anzi è solo l’inizio.

In verità l’inizio poteva essere ben diverso. Uccidere non porta a nulla, dato che non si è in guerra contro una nazione o contro una fazione politica avversa. Lo scontro parte, invece, da una parte della nostra stessa società. Una società che è ormai globalizzata, dove tutti possono stare ovunque, dove non esiste più ne patria, ne identità comune. Ormai si è cittadini del mondo. Per queste ragioni il nemico terrorismo è invisibile ai nostri occhi ed alle nostre menti. E’ impossibile distinguere un pericoloso terrorista da un normale cittadino. La convivenza con cittadini mediorientali è un fatto acquisito nella civiltà odierna, sarebbe impossibile e profondamente ingiusto accusare e puntare il dito contro chi ha la sola colpa di essere diverso da noi.

Data l’impossibilità reale di eliminare questa piaga sociale, sarebbe certamente più utile provare a capire le ragioni sane di chi avversa il modo di vivere occidentale e provare a trovare una soluzione comune e condivisa. Provare a far capire le ragioni dell’uguaglianza tra uomini e donne, i benefici della modernità.

Il mondo occidentale, dal canto suo, dovrebbe avere maggiore apertura, maggiore comprensione, ma soprattutto maggiore umanità e spirito di uguaglianza verso un mondo in difficoltà. Se si considera che spesso i giovani musulmani si avvicinano ad Al Quaeda per mancanza di concrete alternative, si comprende che con il buon senso si può arrivare ovunque, anche dove le armi trovano un vicolo cieco.

Uccidere non è la soluzione. L’unica cosa che la morte provoca…è altra morte.

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Alla ricerca dell’umanità

Migranti si diventa, non si nasce.

Basterebbe questa frase per far capire ai politicanti odierni che chi si sposta da un continente all’altro, lasciando i propri cari, i propri ricordi, il proprio cuore in villaggi incendiati, in città distrutte, lo fa non per voglia di provare nuove esperienze, per voglia di incasinare i paesi in cui migrano, ma per necessità. Quella necessità causata dalle guerre, dalla fame, dalla mancanza cronica di speranze. Ognuno vorrebbe stare nel proprio paese e con i propri familiari a vivere una vita felice e  tranquilla. Ma c’è anche chi non ha questa fortuna. C’è anche chi vive di sofferenze continue. C’è anche chi vive di battaglie(perse) quotidiane. Questi ragazzi venendo in Europa chiedono una vita decente, una sopravvivenza anche stentata, ma vivibile. Questi ragazzi combattono per una speranza ormai morta. Morta come spesso lo sono i loro cari. Sono giovani che piangono lacrime di sangue e di sacrifici. Ora vengono da noi, e che trovano? Solo terra bruciata, rifiuto e senso di diffidenza. Vengono qui facendo viaggi disumani in barconi della morte. Sono accolti come se fossero gli ultimi organismi della scala sociale. Compiono tragitti in clandestinità, senza biglietti e senza documenti, per arrivare alla frontiera francese. Arrivati qui vengono rifiutati e sbattuti tra confine italiano e confine francese. Per una scaramuccia tra i due paesi, questi ragazzi soffrono ancora una volta. La loro sofferenza sembra infinita. Ma meritano davvero tutto questo?

In fondo noi viviamo, loro, invece, chiedono solo di sopravvivere.

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