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Pisapia farà breccia?

Ce ne sarebbero di cose da scrivere sul risultato delle ultime elezioni amministrative. In attesa però dei ballottaggi e di avere un quadro più preciso della situazione, mi piace segnalare questo articolo di Massimo Gramellini, intitolato “La breccia di Pisapia” comparso sul numero odierno de “La Stampa”. Attraverso il suo stile ironico, sagace e pungente, Gramellini ci offre una lucida analisi della nuova situazione che va delineandosi:

La breccia di Pisapia

Sapessi com’è strano scoprirsi comunisti a Milano. L’avvocato Pisapia avrà pure il cognome di una confraternita religiosa, ma la sua vittoria impossibile contro Mestizia Moratti ha gettato nello sconforto i benpensanti. Come impedire che fra due settimane la capitale del berluscottimismo finisca nelle mani dei centri sociali, degli zingari e degli interisti? Asserragliato nel suo covo di Arcore, il capo della resistenza ha iniziato a studiare le contromosse. La più semplice: un cambio in corsa del candidato. Fuori Moratti, affaticata, e dentro Nicole Minetti, l’igienista dentale che in vista del ballottaggio potrebbe battere la città palmo a palmo, offrendo una rimozione gratuita del tartaro a tutti i milanesi.

Intanto i giornali clandestini che appoggiano la resistenza continuano a scavare nel passato opaco del candidato rosso. Sembra che durante il suo ultimo viaggio a New York, nello stesso albergo frequentato dal banchiere del viagra Strauss-Khan, l’avvocato Pisapia sia saltato addosso a una edizione rilegata della Costituzione americana, tentando di possederla sul divano. Lo staff della Santanchè giudica la pista molto attendibile. Non si esclude un colpo di scena finale. Oltre a essere un vietcong reincarnato in un katanga, Pisapia è infatti un noto garantista che ha spesso polemizzato con gli eccessi della magistratura. Perciò Berlusconi starebbe meditando di candidare lui sindaco di Milano, offrendo in cambio la Moratti e la metà di Pirlo. Ma Bersani nicchia: vuole anche l’altra metà.

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Popolarità da letamaio

Quando il gioco si fa duro…con le barzellette e le menzogne vai sul sicuro.
Sembrerebbe essere questo il nuovo slogan coniato dal Pdl in vista delle elezioni amministrative che interesseranno molti comuni del Belpaese nel prossimo fine settimana. Dopo le comiche (non saprei come altro definirle!) dichiarazioni del premier sulle carenze igieniche dei leader del centrosinistra e la performance del ministro La Russa, il quale ha riportato in auge un concetto di superiorità della razza destrista più volte ribadito dallo stesso premier, a completare il quadro ci ha pensato la “moderata” – così ama autodefinirsi – Letizia Moratti. Il sindaco uscente di Milano, alla fine del confronto televisivo organizzato da Sky, ha “infangato” Giuliano Pisapia, candidato Pd nel capoluogo lombardo, accusandolo di essere il responsabile del sequestro e del successivo pestaggio di un giovane.

Accusa rivelatasi falsa.

L’avvocato ha quindi mostrato tutta la propria indignazione nei confronti della Moratti: “E’ un falso e una calunnia: così non si fa la campagna elettorale. I milanesi capiranno che chi è bugiardo continuerà a esserlo come è stato in questi anni”. E ancora: “Letizia Moratti ha fatto una cosa vergognosa strumentalizzando il fatto di essere l’ultima ad avere diritto di parola. Ha fatto dichiarazioni assolutamente false sul mio conto”. Più tardi, in conferenza stampa, Pisapia rincara la dose: “La Moratti ha messo in atto un killeraggio mediatico progettato a tavolino. La mia vita è trasparente, non ho mai commesso reati”. Alle parole Pisapia ha, quindi, fatto seguire le azioni. Egli ha prima pubblicato sul proprio sito il verbale delle sentenze di primo e secondo grado che ne testimoniano l’assoluzione e poi querelato la Moratti per “diffamazione aggravata”.

E pensare che proprio ieri mattina il Presidente della Repubblica aveva manifestato l’auspicio di un confronto più pacato, all’insegna del rispetto e della trasparenza. “Mi auguro un’Italia più serena, meno lacerata, meno divisa dove la lotta politica non sia una guerra continua e che ci sia rispetto tra le parti che fanno politica e che competono per la conquista della maggioranza alle elezioni” – aveva dichiarato Napolitano. Anche stavolta, però, gli appelli sono caduti nel vuoto e il confronto politico si è trasformato in una battaglia in cui vige una sola regola: annientare l’avversario. Non importa come, quando, dove e perchè. L’unica cosa che conta è delegittimare tutti coloro che costituiscono una minaccia per i propri interessi, siano essi giudici, giornalisti, avversari politici.

Nell’era dell’immagine, ognuno investe sull’apparenza e sull’esteriorità senza alcuna preoccupazione per i contenuti. Così facendo, però, si costruisce in popolarità non necessariamente in consenso.

Una Pdl, appunto…Popolarità da letamaio!

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Scili…peto!

Nella puntata di Annozero andata in onda lo scorso 28 aprile, Beppe Grillo polemizzò con Michele Santoro per la scelta degli ospiti presenti in studio.

“Sei un medium: mantieni in vita gente morta”, dichiarò il comico genovese e leader del Movimento “5 Stelle”, invitando Santoro a dare maggiore spazio alle idee di giovani, studenti e lavoratori anzichè lasciar blaterare per ore politici, giornalisti e studiosi di turno. Immediata giunse la replica del conduttore. Santoro pose l’accento sulla necessità di “imparare ad amare tutte le piante che ci circondano”, auspicando una “rivoluzione dei sentimenti all’insegna del rispetto nei confronti delle ragioni e delle sensibilità degli altri, seppur lontane dalle nostre”.

A caldo ho apprezzato le parole di Santoro.

Uno dei più grandi errori di una parte della politica italiana degli ultimi anni, infatti, è stato quello di lasciarsi percorrere da una sorta di “snobbismo culturale” che l’ha portata a sottovalutare alcuni importanti cambiamenti in atto nella società italiana, attardandosi nell’individuazione di un quadro interpretativo degli eventi e dei significati sociali da assegnare a tali eventi. Se si decidesse di perseguire la linea individuata da Grillo non si farebbe altro che perpetuare tale errore.

A distanza di pochi giorni, però, dopo aver assistito allo spettacolo indecoroso offerto dall’onorevole (?) Scilipoti durante una trasmissione televisiva, ho rivalutato il pensiero di Grillo.

Breve riassunto dei fatti: Scilipoti viene invitato ad una trasmissione televisiva per discutere di medicina. Il parlamentare esponente del “Movimento di Responsabilità Nazionale” nonchè medico ginecologo e agopuntore, negli ultimi tempi si è, infatti, distinto per la presentazione di progetti di legge per la modifica di alcune norme sulla medicina non convenzionale. Ebbene, quando il conduttore del programma gli chiede spiegazioni su un convegno da lui organizzato alla Camera e sull’opportunità di invitare come relatore un medico imputato per omicidio colposo e truffa (tale Toneguzzi), Scilipoti diventa paonazzo. Come nel suo conclamato stile, sbraita, urla, vanta la sua sapienza scientifica in un italiano maccheronico. Ne consegue un diverbio accesissimo tra il deputato e il conduttore, omaggiato con svariati improperi ripetuti fino allo sfinimento (“lei si deve vergognare”, “lei è un mascalzone”, “lei sta strumentalizzando”). E pensare che in studio era presente la mamma di Manuela, una ragazza malata di cancro che si era affidata al “tale Toneguzzi”. Secondo la ricostruzione Manuela sarebbe stata convinta dal medico a rinunciare alla chemioterapia e all’iter terapeutico tradizionale e a seguire cure legate alla Nuova medicina germanica. Le motivazioni addotte dallo psichiatra erano di questo tenore: “i tumori non esistono, fumare non fa male, mangiare un dolce avrebbe potuto essere d’aiuto ai malati terminali, mangiare un budino può aiutare anche a guarire una malattia terminale di cancro”.

Le mie convinzioni sulla necessità di perseguire un effettivo pluralismo, televisivo e non, ora vacillano.

Davvero meritiamo tutto ciò? “Noi italiani saremo quel che siamo, che non è certamente granchè”, ebbe ad affermare Montanelli.

E pensare che non ha conosciuto Scilipoti.

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Un nuovo inizio?

Obama.jpg“Dobbiamo trovare il tempo per apprezzare sia le cose positive sia quelle negative. Se non lo facciamo, perderemo qualcosa che ci può aiutare a crescere”. In questa frase è riassunto il senso di questa frenetica e convulsa giornata, contrassegnata dalla notizia relativa all’uccisione, da parte delle forze armate americane, di Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda e ricercato numero uno al mondo. Poco importa che la foto pubblicata dai media di tutto il mondo sia risultata un falso e che gli americani, da sempre inclini al mistero e alle leggende, abbiano deciso di affidare i resti del terrorista arabo all’oceano, alimentando in questo modo i dubbi di tanti. Quello che conta è che le migliaia di parenti che in quel maledetto 11 Settembre hanno visto sottrarsi l’amore dei proprio figli, genitori, compagni, amici, nonni, nipoti, zii, abbiano la certezza che, stando alle parole di Obama, “giustizia è fatta”. Ma è proprio quest’ultimo aspetto, quello relativo alla strategia comunicativa adottata dal Presidente, ad avermi suggerito una riflessione. Nel discorso con il quale Obama si è rivolto al suo popolo, vi sono ovviamente ampi riferimenti agli “heroic citizens” e alle migliaia di “innocent men, women and children” assassinati in quello che è stato definito dallo stesso Presidente “the worst attack on the American people in our history”. Ma accanto al giusto tributo per le vittime di Ground Zero trovano spazio parole come “killed”, “protect”, “attack”, “blood”. Parole che Obama, tra l’altro insignito del Nobel per la Pace, si è sempre ben guardato dal pronunciare, anche e soprattutto per prendere le dovute distanze da qualche suo predecessore. Le circostanze, è ormai risaputo, possono portare a qualche contraddizione. E, almeno sotto questo punto di vista, Bin Laden sembra aver raggiunto il suo obiettivo: incattivire, impaurire, rendere diffidente un’occidente già colmo di paure, deliri e angosce. Personalmente, però, intravedo in questo cambiamento di registro adottato da Obama non un passo indietro verso un passato oscuro bensì un balzo in avanti verso un nuovo orizzonte caratterizzato dal disvelamento di una politica all’insegna del pragmatismo e della caduta di tante ipocrisie. Voi cosa ne pensate?

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Un Presidente in gamb…ero!

La campagna elettorale di Obama per le elezioni presidenziali del 2012 è ufficialmente iniziata.

Nella giornata di ieri, a Palo Alto, sede del quartier generale di Facebook, il Presidente Obama ha fornito un piccolo antipasto sui temi che saranno oggetto di dibattito del prossimo campaigning, rispondendo alle domande (rigorosamente preselezionate dal suo staff) provenienti dal Web e dal pubblico. “Tagliare la spesa è necessario per risanare i conti ma i tagli vanno effettuati con lo “scalpello” non con il “machete” altrimenti il rischio è di una nuova recessione”, ha affermato Obama, il quale poi rivolgendosi al padrone di casa, Mark Zuckerberg, ha dichiarato: “Sia io che te dobbiamo prepararci a pagare più tasse”. Poco male se si considera che, stando all’ultima dichiarazione dei redditi resa pubblica proprio qualche giorno fa, lo stesso Obama per l’anno 2010 ha versato nelle casse dell’erario americano ben 453,770 $ (circa 310 mila euro) a fronte di entrate totali pari a 1,73 milioni di dollari (poco più di un milione di euro).

Si dirà: dà miglior consiglio chi insegna con i fatti. Ma proprio sul valore dell’esempio e sulla necessità di essere coerenti con quello che si predica vorrei lanciare una provocazione.

L’obiettivo numero uno dell’attuale inquilino della Casa Bianca sembra essere chiaro. Obama vuole giocare la sua partita all’interno di quello che viene definito “cyberspazio”, cercando di far leva sui giovani e sui cultori della Rete. Una mossa che nel 2008, grazie al “look forward” di Obama e del suo staff, si rivelò assolutamente vincente, permettendoci di assistere ad una spettacolare (sia nei numeri che nell’entusiasmo) manifestazione di partecipazione elettorale. Ora, a distanza di quattro anni, Obama ci riprova con le stesse armi. Varrebbe la pena, però, porsi una domanda: in questi tre anni alla guida degli Usa, il Presidente e l’intera macchina governativa americana sono sempre stati così benevoli con le potenzialità e le nuove realtà offerte dai media? La risposta, a mio avviso, è “no”. La vicenda Wikileaks ne è la dimostrazione lampante. Quella che poteva rappresentare una splendida occasione in termini di “open government” è stata, invece, subito tacciata come “deplorevole e irresponsabile”. Un’onda per la quale sono stati immediatamente individuati argini quando sarebbe stato più opportuno (o almeno coerente) cavalcarla.

Nel gennaio del ’98, il giornalista Matt Drudge rivelò che il settimanale “Newsweek” aveva bloccato in uscita un articolo di Isikoff sulla tresca tra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky, facendo difatti scoppiare lo scandalo “Sexgate”. “Stop the machine”, dissero all’epoca coloro che vedevano con preoccupazione la “trasparenza” offerta dai nuovi media. Ora, a distanza di 13 anni, si sente parlare di “cyberwar” e addirittura di un pulsante attraverso il quale “spegnere” internet in casi di emergenza. Si dirà: inconcepibile pensare di fermare internet o comunque mettere un freno alla rivoluzione dei media elettrici. Lo penso anch’io.

Quello che però mi inquieta è questa continua corsa all’indietro. Secondo un antico proverbio italiano “quando i gamberi vecchi vanno indietro, i giovani non vanno avanti”. Ma il mondo non aveva confidato in Obama proprio perchè simbolo del “nuovo che avanza”?

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God save “democracy”

Ormai nulla sembra più stupirci. Come precipitati in una sorta di assuefazione al ridicolo, ci limitiamo ad assistere in modo remissivo all’ignobile spettacolo portato in scena quotidianamente dal grande “bagaglino” della politica italiana. Non riusciamo a contrastare il dilagare dello sfacelo in atto nella nostra società. Una società sempre più alla mercè della boutade di turno. Prima gli insulti del Ministro della Difesa al Presidente della Camera, il giorno dopo le barzellette oscene del Presidente del Consiglio alla premiazione delle giovani eccellenze italiane. Ultima in ordine di tempo, ma non per importanza, la notizia che uno dei candidati al Consiglio comunale di Milano, l’avvocato Roberto Lassini, viene iscritto nel registro degli indagati, in compagnia di altre due persone, con l’accusa di vilipendio dell’ordine giudiziario dalla procura milanese, per aver fatto affiggere negli spazi destinati alle affissioni elettorali, perlopiù abusivamente, manifesti su cui compariva la scritta “Via le Br dalle Procure”. Una vicenda già di per sé inquietante ma che rischia di diventare delirante se si considera che questo tizio, Lassini appunto, ricopre la carica di Presidente di un’associazione intitolata “Dalla parte della democrazia”. Un’associazione culturale nata con l’intento di “dare manforte a Berlusconi, l’unico che può rivoluzionare il sistema”. Preso atto di ciò sarebbe troppo semplice cadere nella tentazione di chiedere a Lassini quale sia il nesso tra democrazia e Berlusconi…

Tuttavia, non voglio cadere in facili quanto inutili demagogie. Basterebbe, però, che qualcuno consigliasse a questo “illuminato” pensatore dei nostri tempi di dare uno sguardo all’elenco (ahimè lunghissimo!) dei grandi personaggi che, contrastando le Br, hanno lottato e sacrificato la loro vita per difenderla, la democrazia: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini. Ed ancora: Vittorio Occorsio, Riccardo Palma e Girolamo Tarta, Vittorio Bachelet, Walter Tobagi, Antonio Ammaturo.

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