Archivi del mese: aprile 2011

Into Paradiso

Lo spettatore italiano medio è fortemente categorizzato in un filone cinematografico ormai noto e scontato. Quasi nessuno più va a cinema per curiosità o per scoprire nuove emozioni e passioni. Il cinema non è più il cinema. Fino a venti, trent’anni fa, campioni d’incasso erano film come Roma città aperta o La dolce vita, oggi invece dobbiamo sopportare il fatto che un film di Checco Zalone guadagni cinquanta milioni di euro ed invece il cinema d’autore di Nanni Moretti, con Habemus Papam, arrivi a incassare al massimo i suoi miseri cinque milioni. C’è un rapporto di uno a dieci. Penso che questo rapporto identifichi correttamente lo scarto, esistente oggi in Italia, tra le persone desiderose di aprirsi alla curiosità ed alle emozioni e quelle che vogliono, diversamente, solo passare due ore a ridere di volgarità.

Oggi per fare un film d’autore, bisogna essere eroici, inventivi e geniali. E’ questo il caso di Into Paradiso, primo lungometraggio di Paola Randi. E’ un’opera prima sorprendente, che dona allo spettatore felicità, riflessione, curiosità, passionalità e perchè no anche divertimento. Merci ormai rare da trovare in una sala cinematografica odierna. Analizza la realtà napoletana con un tocco nuovo, multiculturale e leggero. E’ pieno di trovate registiche fantastiche. Si tratta di un film che vorresti non finisse mai, ma una volta finito ha la capacità di lasciarti un senso di leggerezza e di piacere che fanno star bene.

Complimenti alla regista. Se il buongiorno si vede dal mattino…

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Archiviato in Cinema, Cultura

Più in basso di così…c’è solo da scavare!

Ormai non c’è più limite al degrado che raggiungono certi personaggi. E dire che lo fanno con una tale nonchalance da farlo sembrare addirittura normale.

Ormai possono dire quello che vogliono, non importa più a nessuno. Bombardano la Libia, dopo aver giurato che non l’avrebbero mai fatto? “E chi se ne frega!”

Abrogano il referendum sul nucleare perchè c’è il serio rischio di perdere? “E che fa…tanto non lo mettono ora il nucleare. Fra due anni se ne parla.” E se abrogassero anche quello sull’acqua? “Che m’importa! io bevo dalla bottiglia, mica dalla fontana…”

Fanno leggi ad personam in tutta fretta e furia, senza alcun rispetto del parlamento? “Bene, Bene. Finalmente un governo del fare! Fa male…ma almeno fa”.

La prossima volta cosa diranno?

Diranno che il processo Ruby è illegittimo perchè in realtà, nelle favole, Berlusconi amava il naso di Pinocchio e non il bosco di Cappuccetto Rosso? O peggio che la democrazia era uno scherzo, che eravamo in una dittatura velata e non ce ne siamo accorti?

Almeno sono sinceri. Non fanno quello che dicono, ma almeno ci dicono che ci stanno prendendo in giro. Meglio di così?

C’è da domandarsi: “Gli italiani sono davvero un popolo così stupido?”

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Vita o morte?

Distruzione. Lacrime. Sofferenza. Rimpianto. Morte. Ecco c’è il nucleare. Ci ripeteranno all’infinito che le centrali sono sicure. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credergli. Sappiamo benissimo che l’energia atomica è solo una morte lenta e agonizzante. Sia dell’uomo che della natura che lo circonda.

Se si è fortunati si morirà, ammalandosi, dopo anni e anni di agonia. Di lotte per la sopravvivenza. Sapendo le cause radioattive della malattia, ma non potendole dimostrare con certezza. E non si avrà giustizia.

Se si è sfortunati (o fortunati, dipende dai punti di vista) si morirà in breve tempo dopo un disastro nucleare, causato da una catastrofe. Allora si dirà: “E’ stato un evento sovrannaturale, imprevedibile”. E non si avrà giustizia.

E’, inoltre, già immaginabile a quali loschi individui verranno dati gli appalti per la costruzione di queste famigerate centrali di terza generazione (vuol dire che si sta rovinando barbaramente il mondo già da tre generazioni). Si vive già con la consapevolezza di trovare vuoti i pilastri dei futuri impianti. Già si sa che le norme di sicurezza saranno rispettate all’italiana…”Tanto che può succedere…chi ci controlla”.

In un mondo che va verso la natura, noi scegliamo la morte.                  Ma davvero vogliamo tutto questo?

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Un Presidente in gamb…ero!

La campagna elettorale di Obama per le elezioni presidenziali del 2012 è ufficialmente iniziata.

Nella giornata di ieri, a Palo Alto, sede del quartier generale di Facebook, il Presidente Obama ha fornito un piccolo antipasto sui temi che saranno oggetto di dibattito del prossimo campaigning, rispondendo alle domande (rigorosamente preselezionate dal suo staff) provenienti dal Web e dal pubblico. “Tagliare la spesa è necessario per risanare i conti ma i tagli vanno effettuati con lo “scalpello” non con il “machete” altrimenti il rischio è di una nuova recessione”, ha affermato Obama, il quale poi rivolgendosi al padrone di casa, Mark Zuckerberg, ha dichiarato: “Sia io che te dobbiamo prepararci a pagare più tasse”. Poco male se si considera che, stando all’ultima dichiarazione dei redditi resa pubblica proprio qualche giorno fa, lo stesso Obama per l’anno 2010 ha versato nelle casse dell’erario americano ben 453,770 $ (circa 310 mila euro) a fronte di entrate totali pari a 1,73 milioni di dollari (poco più di un milione di euro).

Si dirà: dà miglior consiglio chi insegna con i fatti. Ma proprio sul valore dell’esempio e sulla necessità di essere coerenti con quello che si predica vorrei lanciare una provocazione.

L’obiettivo numero uno dell’attuale inquilino della Casa Bianca sembra essere chiaro. Obama vuole giocare la sua partita all’interno di quello che viene definito “cyberspazio”, cercando di far leva sui giovani e sui cultori della Rete. Una mossa che nel 2008, grazie al “look forward” di Obama e del suo staff, si rivelò assolutamente vincente, permettendoci di assistere ad una spettacolare (sia nei numeri che nell’entusiasmo) manifestazione di partecipazione elettorale. Ora, a distanza di quattro anni, Obama ci riprova con le stesse armi. Varrebbe la pena, però, porsi una domanda: in questi tre anni alla guida degli Usa, il Presidente e l’intera macchina governativa americana sono sempre stati così benevoli con le potenzialità e le nuove realtà offerte dai media? La risposta, a mio avviso, è “no”. La vicenda Wikileaks ne è la dimostrazione lampante. Quella che poteva rappresentare una splendida occasione in termini di “open government” è stata, invece, subito tacciata come “deplorevole e irresponsabile”. Un’onda per la quale sono stati immediatamente individuati argini quando sarebbe stato più opportuno (o almeno coerente) cavalcarla.

Nel gennaio del ’98, il giornalista Matt Drudge rivelò che il settimanale “Newsweek” aveva bloccato in uscita un articolo di Isikoff sulla tresca tra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky, facendo difatti scoppiare lo scandalo “Sexgate”. “Stop the machine”, dissero all’epoca coloro che vedevano con preoccupazione la “trasparenza” offerta dai nuovi media. Ora, a distanza di 13 anni, si sente parlare di “cyberwar” e addirittura di un pulsante attraverso il quale “spegnere” internet in casi di emergenza. Si dirà: inconcepibile pensare di fermare internet o comunque mettere un freno alla rivoluzione dei media elettrici. Lo penso anch’io.

Quello che però mi inquieta è questa continua corsa all’indietro. Secondo un antico proverbio italiano “quando i gamberi vecchi vanno indietro, i giovani non vanno avanti”. Ma il mondo non aveva confidato in Obama proprio perchè simbolo del “nuovo che avanza”?

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God save “democracy”

Ormai nulla sembra più stupirci. Come precipitati in una sorta di assuefazione al ridicolo, ci limitiamo ad assistere in modo remissivo all’ignobile spettacolo portato in scena quotidianamente dal grande “bagaglino” della politica italiana. Non riusciamo a contrastare il dilagare dello sfacelo in atto nella nostra società. Una società sempre più alla mercè della boutade di turno. Prima gli insulti del Ministro della Difesa al Presidente della Camera, il giorno dopo le barzellette oscene del Presidente del Consiglio alla premiazione delle giovani eccellenze italiane. Ultima in ordine di tempo, ma non per importanza, la notizia che uno dei candidati al Consiglio comunale di Milano, l’avvocato Roberto Lassini, viene iscritto nel registro degli indagati, in compagnia di altre due persone, con l’accusa di vilipendio dell’ordine giudiziario dalla procura milanese, per aver fatto affiggere negli spazi destinati alle affissioni elettorali, perlopiù abusivamente, manifesti su cui compariva la scritta “Via le Br dalle Procure”. Una vicenda già di per sé inquietante ma che rischia di diventare delirante se si considera che questo tizio, Lassini appunto, ricopre la carica di Presidente di un’associazione intitolata “Dalla parte della democrazia”. Un’associazione culturale nata con l’intento di “dare manforte a Berlusconi, l’unico che può rivoluzionare il sistema”. Preso atto di ciò sarebbe troppo semplice cadere nella tentazione di chiedere a Lassini quale sia il nesso tra democrazia e Berlusconi…

Tuttavia, non voglio cadere in facili quanto inutili demagogie. Basterebbe, però, che qualcuno consigliasse a questo “illuminato” pensatore dei nostri tempi di dare uno sguardo all’elenco (ahimè lunghissimo!) dei grandi personaggi che, contrastando le Br, hanno lottato e sacrificato la loro vita per difenderla, la democrazia: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini. Ed ancora: Vittorio Occorsio, Riccardo Palma e Girolamo Tarta, Vittorio Bachelet, Walter Tobagi, Antonio Ammaturo.

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Mito Gaetano

“Mio fratello è figlio unico”… forse questa frase identifica più di ogni altra la personalità di un cantautore, più unico che raro, come Rino Gaetano.

I suoi testi sono inimitabili, le sue parole restano immortali. Come sarà per sempre immortale il suo genio, la sua voglia di essere anticonformista. Rino Gaetano è un esempio per tutti noi. Nato in una famiglia povera, ha saputo diventare ciò che voleva, riuscendo a conservare le proprie idee, il proprio modo d’essere. E’ riuscito a non vendersi, o meglio a non farsi comprare, in un mondo dove il Dio denaro ha più importanza di ogni cosa, anche della propria coscienza.

Le sue canzoni spesso non erano capite. Veniva deriso dai critici e preso in giro dai presentatori. Le sue opere erano identificate nel filone del nonsense da chi le ascoltava a malapena, senza andare in profondità. Chi non capiva la genialità di Rino è stato insabbiato dalla sua grandezza, dalla sua profeticità. Oggi è considerato uno dei più grandi cantautori italiani. Troppo in ritardo purtroppo, come spesso accade, a causa della sua prematura morte.

Sarebbe meglio definirlo un grande poeta, invece che un cantautore.

Uno dei suoi versi più famosi è: “vedo già la mia salma portata a spalla da gente che bestemmia e che ce l’ha con me…”    Non è stato così Rino…



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Alla ricerca dell’umanità

Migranti si diventa, non si nasce.

Basterebbe questa frase per far capire ai politicanti odierni che chi si sposta da un continente all’altro, lasciando i propri cari, i propri ricordi, il proprio cuore in villaggi incendiati, in città distrutte, lo fa non per voglia di provare nuove esperienze, per voglia di incasinare i paesi in cui migrano, ma per necessità. Quella necessità causata dalle guerre, dalla fame, dalla mancanza cronica di speranze. Ognuno vorrebbe stare nel proprio paese e con i propri familiari a vivere una vita felice e  tranquilla. Ma c’è anche chi non ha questa fortuna. C’è anche chi vive di sofferenze continue. C’è anche chi vive di battaglie(perse) quotidiane. Questi ragazzi venendo in Europa chiedono una vita decente, una sopravvivenza anche stentata, ma vivibile. Questi ragazzi combattono per una speranza ormai morta. Morta come spesso lo sono i loro cari. Sono giovani che piangono lacrime di sangue e di sacrifici. Ora vengono da noi, e che trovano? Solo terra bruciata, rifiuto e senso di diffidenza. Vengono qui facendo viaggi disumani in barconi della morte. Sono accolti come se fossero gli ultimi organismi della scala sociale. Compiono tragitti in clandestinità, senza biglietti e senza documenti, per arrivare alla frontiera francese. Arrivati qui vengono rifiutati e sbattuti tra confine italiano e confine francese. Per una scaramuccia tra i due paesi, questi ragazzi soffrono ancora una volta. La loro sofferenza sembra infinita. Ma meritano davvero tutto questo?

In fondo noi viviamo, loro, invece, chiedono solo di sopravvivere.

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